E bastava un'inutile carezza a capovolgere il Mondo.

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At Last, my LovelyPer cominciare, vorrei ringraziare quanti di voi hanno portato a termine la lettura del primo articolo di questa rubrica. Siete stati tantissimi.
Ringrazio anche coloro che vi hanno rinunciato dopo i primi capoversi e prometto, ma non garantisco, di avvalermi della facoltà di sintesi.
E un ringraziamento speciale va al primo lettore operATTIVO che, apprezzando le doti pittoriche del contemporaneo Jack Vettriano (Fife, 17 Novembre 1951), mi ha chiesto un informale commento di "At Last my Lovely", un olio su tela della collezione "Lovers and Other Strangers" (Giugno 2000).
Orbene, mi lusinga non poco l'idea di descrivere la bellezza di quest'opera, pur tuttavia non posso accettarla.
No, non posso accettarla perché mi piace quella grazia di movenze così delicatamente raffigurata, ma ha troppo sapore di vecchio e m'instilla l'amara consapevolezza di quanto sia distante dalla realtà dei giorni nostri.
Perché immagino che quel polso dipinto nella sua elegante nudità, prima di allora, abbia rivelato di sé solo qualche

timido accenno di pelle. Quel polso, quel misterioso polso, probabilmente, si sarà esercitato nella difficile arte di rifiutare, anche quando avrebbe desiderato acconsentire; e, da qual momento, ha saputo confondere e persuadere la mente di lui, fino a condurlo nel proprio universo strabordante di femminilità, spettacolarità e raffinatezza. Giacchè la fantasia, quando immagina una cosa ignota, trova piacere a colorirla (Il Galateo, 1558), fino a risvegliare e dirigere i desideri a proprio piacimento. Così nascono bellezza e amore (L'Educazione delle Donne, 1783).
E poi quel gesto fortemente simbolico, la carezza, che domina e redime la composizione del quadro nella sua interezza. Quella carezza che le donne hanno inventato per placare gli odi, i litigi e qualsivoglia rozzeria umana. Perché la donna e l'uomo di Vettriano sono alquanto antichi, come le righe del buon vecchio Galateo. L'una è capace di maniere gentili e compiacenti, quasi consapevole che un inchino più o men profondo può mandare sossopra il mondo. L'altro si abbandona al vezzo, forse superato, di tenere le mani sotto la veste. Un'abitudine ancestrale, se si pensa che vi venivano educati i giovani Spartani, al fine di frenare i pugni e la collera che riscaldava i loro animi (Il Galateo, cit.).
Ora, io non approvo quest'ultima pratica, ma c'è qualcosa di commuovente in quelle mani. In quel modo con cui lei tende all'orecchio di lui, sfiorandone il silenzio ed accogliendone il bisogno di un contatto, dopo il presunto rifiuto iniziale. "Mi piaci quando taci", sembrano dirsi:
"Mi piaci quando taci perché sei come assente,
e mi ascolti da lungi e la mia voce non ti tocca.
Sembra che gli occhi ti sian volati via
e che un bacio ti abbia chiuso la bocca.
Poiché tutte le cose son piene della mia anima
emergi dalle cose, piene dell'anima mia (...)
Mi piaci quando taci perché sei come assente.
Distante e dolorosa come se fossi morta.
Allora una parola, un sorriso bastano.
E son felice, felice che non sia così." (Pablo Neruda, 1962)
No, non posso accettare di entrare in quel quadro. E' troppo indietro rispetto alla nostra vita presente. Troppo lento il ritmo in esso rappresentato. Troppo indecente quella carezza, quella inutile carezza che basterebbe a capovolgere il mondo (Alda Merini, 2002).
Donatella Lettieri

Ultimo aggiornamento ( Martedì 14 Ottobre 2014 13:02 )